C’era una volta un postino cieco

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Caro lettore,
se ti è mai capitato anche solo una volta di concepire un piano, un gesto o un pensiero che non hai tramutato in azione per inedia, paura, pigrizia, variegate avversità o provvidenziali ripensamenti, dovrai convenire con me che, anche se non ci conosciamo, qualcosa che ci unisce c’è… ed è quella meravigliosa isola dell’animo umano che ha la ventura d’attirare sulle sue sponde barche di idee alla deriva, relitti di sogni dimenticati e ogni genere di creazione dell’inconscio capace di galleggiare sulla superficie instabile del nostro stare al mondo.

Io non ho capito molto di questa vita, ma una cosa sì: è guardando cosa resta di quei relitti che puoi capire chi sei. Relitti di parole mai dette, di frasi lasciate a metà, di sogni rimasti chiusi a chiave, di passeggiate interrotte e abbracci spezzati, lacrime asciugate troppo presto e sorrisi smorzati, di pasti non consumati, di pensieri abortiti, di lettere mai scritte, di lettere scritte ma mai spedite. Ecco, è di questo che vorrei parlarti. Non di navi, ma di relitti. Non della perfezione di un’architettura, ma della bellezza di un gesto incompiuto. Non di lettere arrivate al destinatario, ma di lettere mai spedite.

Me ne parlava mio nonno, tanto tempo fa, quando era solito raccontarmi, ogni notte, la favola del postino cieco. I ricordi sono un po’ confusi, ma ad ogni modo cercherò di evocarli…

C’era questo postino, un postino cieco. Non era sempre stato cieco, e non era sempre stato postino. A dire il vero non esisteva alcun nesso tra le due cose. Erano così, e tanto basti. Nessuno l’aveva mai visto in faccia, ma tutti lo raffiguravano come quel vecchio vestito di rosso e di bianco che va tanto di moda a Natale, solo un po’ più magro e con meno barba. Anche lui entrava nelle case di notte, ma anziché regalare doni, rubava lettere. Per la precisione, sottraeva lettere mai spedite e le recapitava ai destinatari. Aveva questa ossessione: completare il gesto, dare finitezza all’incompiuto, ricomporre i pezzi del mosaico, anche se il mosaico non era suo e non sapeva che forma, colore e odore avesse. Sapeva che a tutti, prima o poi, è capitato di scrivere una lettera e rinunciare a spedirla. Lui le recuperava tutte, le sottraeva con un atto arbitrario all’oblio e le restituiva al loro scopo originario.

Nessuno sapeva perché lo facesse. Ogni uomo ha la sua missione e la sua era quella di spedire ogni lettera che fosse mai stata scritta. Fine della storia, nel senso che non mi ricordo nient’altro (a quell’età i nessi logici sono affari per noiosi ragionieri pedanti). Come faceva il postino cieco a recuperare le lettere senza essere mai visto? Come poteva conoscere l’indirizzo dei destinatari se non ci vedeva? Domande rimaste irrisolte, finite negli anni sulle sponde di quell’isola. Relitti. A fare loro compagnia, un’immagine: quella di una casa in legno, nel nulla di una radura a sud… un dondolo incompleto, perché vuoto, un tramonto ancora incompiuto dietro una cassetta piena di lettere non spedite… una staccionata quasi terminata nel mezzo di un prato non del tutto fiorito, e l’ombra del postino cieco dietro la finestra… Dietro quella finestra, magari, un computer… e dentro quel computer, un blog. Questo blog. Un blog fatto di lettere mai spedite. Una di queste, chissà, è indirizzata a te. Ma questa è un’altra storia. La tua.

Giulio Catanzaro,
31 agosto 2014

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