Effluvi sul tram

Transit

Caro sconosciuto del tram 2,
ti scrivo sapendo che non leggerai mai la mia lettera. Sarebbe ridicolo pensare il contrario, visto che ignoro il tuo nome e il tuo indirizzo. Volevo solo dirti che, anche se forse ti sei illuso che non me ne sia accorto, sapevo perfettamente che avevi bevuto da poco e che non ti lavavi da almeno una settimana. L’ho saputo due secondi dopo essermi seduto di fronte a te, quando una ragionevole fretta di occupare il primo sedile libero, unita a un meno ragionevole timore di sedermi di fronte all’attraente ragazza che stava una fila più in là (timore non dettato da un’invalidante timidezza ma dalla necessità di preservare la fedeltà matrimoniale anche nel mondo dei miei pensieri, cosa che mi fa rifuggire perfino l’eco lontana di qualsiasi immaginaria tentazione) mi ha spinto a sedermi proprio lì, ignaro dell’agonia che mi attendeva.

Il primo effluvio, come detto, mi è giunto dopo due secondi. Un mix nauseabondo di alcol stantio, puzzo di sudore, fetore di carne rancida in putrefazione e quell’inesprimibile fragranza tipicamente maschile che sa di abbandono e disperazione. Nei tre secondi successivi ho pensato di alzarmi e cambiare posto. Non mentirò dicendo che ormai tutti gli altri posti erano occupati. Non è così. C’erano perfino posti liberi lontani dalla ragazza attraente. Chiunque altro lo avrebbe fatto: si sarebbe alzato e avrebbe cambiato posto. Io no. Ed è qui che probabilmente tu ti sarai sentito al sicuro. E’ qui che magari, pur intuendo che l’odore che emanava il tuo corpo era un tantino meno rassicurante di uno Chanel numero 5, hai pensato che forse dopo tutto non puzzavi così tanto, non così tanto da non passare inosservato in un tram nell’ora di punta.

Adesso ti starai chiedendo perché, nonostante inalassi contro la mia volontà e i miei desideri ondate raccapriccianti di sgradevolezza olfattiva, non mi sia alzato come una qualsiasi altra persona ragionevole della mia età. Non è perché sia stupido, e il masochismo manifestato in altre situazioni non c’entra niente. E’ che il mio distorto senso di pietà ha prevalso sull’istinto di sopravvivenza. Mi sono detto che se mi fossi alzato da lì due secondi dopo essermi seduto, tu avresti immediatamente capito che mi allontanavo per sfuggire all’implacabile ribrezzo rappresentato dallo starti accanto. Li vedevo già, i tuoi pensieri, erano cristallini come fiocchi di cristallo in volo. Ti saresti detto che eri talmente inutile e abbrutito che i tuoi simili ti scansavano nauseati. Ed avendo l’alcol distrutto le già scadenti ipotesi di autostima che si aggiravano spaesate tra gli interstizi dei tuoi sensi di colpa, non avresti pensato che mi allontanavo dall’odore che emanavi, ma che mi allontanavo da te, da te in quanto persona. Avresti avuto la conferma della tua inutilità. Anzi, peggio: della tua dolosità, dell’essere un dolo per il mondo e per l’umanità, emarginato a ragione, solo per definizione, mostro per evidenza.

Non che ti abbia fatto compagnia… Non ti ho rivolto la parola (concentrato com’ero a mantenere serrata almeno la bocca per impedire agli effluvi di contaminare l’ossigeno nei polmoni più di quanto non facessero già entrando dalle narici), eppure sono stato lì, di fronte a te, come essere umano di fronte a essere umano. E per tutto il tragitto, venti interminabili minuti, ho lottato tra la tentazione di abbandonare il proposito e l’orgoglio di portarlo a termine. Eccolo lo stronzo che ti frega sempre, in agguato nelle situazioni più impensabili: il maledetto orgoglio. Perché per resistere al senso di nausea incipiente la mia psiche, anziché elaborare piani complicati quanto inutili, o chiedere la grazia di un’umiltà che raramente mi appartiene, ha pensato bene di svegliare quell’effimero vanto capace di gonfiare il petto dell’anima ammantando ogni mio gesto di un’improbabile santità. E così eccomi tutto tronfio a complimentarmi con me stesso per il grande gesto di umanità nei tuoi confronti. Eccolo lo stoico salvatore dell’umanità che crocifigge l’amor proprio per far sentire meno inadeguato, meno solo e meno respinto il povero disgraziato di turno, già provato da una storia di alcolismo e fallimento.

Ed è stato allora che un salvifico pensiero mi ha attraversato la mente: e se avessi sbagliato? Se in quel momento, quando mi sono seduto di fronte a te e ho capito che puzzavi perché avevi talmente in spregio la vita da averla affogata in una bottiglia di merda liquida, il gesto più sensato per la tua salvezza fosse stato un altro?

Se mi fossi alzato ti avrei spiaccicato in faccia la pura realtà, e quello schiaffo morale forse avrebbe accelerato il processo di redenzione che il buon Dio concede, in forme e modi inesplicabili anche se raramente accolti, a ognuno di noi. Sì, ti saresti sentito emarginato, solo e mostruoso. Ma questa consapevolezza ti avrebbe forse spronato a cercare di assomigliare a una copia migliore di te stesso, quella che sapevi di avere, celata da qualche parte, come un bambino che ha giocato a nascondino anni fa e non è ancora uscito dal suo nascondiglio. Ma quando ho formulato il pensiero, era ormai troppo tardi. Le scelte hanno durata breve, e tornare indietro non è previsto dalle ferree leggi che le regolamentano.

Il tram è arrivato a destinazione. Ho lasciato che ti alzassi prima tu, per espiare fino in fondo. Mi sono alzato e sono uscito fuori, riaprendo a pieno regime la valvola dei polmoni rimasta semichiusa per tutto il tragitto. E ti ho visto andare via, mentre l’olezzo svaniva e mi rimaneva un senso d’inquietudine in bocca che non saprei spiegare. Chissà dove sei, adesso… Forse a bere ancora o a rimpiangere d’esser nato, in qualche osteria dove persone meno complicate di me ti scansano per non respirare la stessa aria che respiri tu. Saranno loro forse a farti crescere. O forse no. La verità è che non abbiamo alcun potere, prendiamo decisioni a caso credendo che siano giuste senza averne la certezza, e non possediamo nulla di più illusorio che la convinzione di poter disporre dei destini altrui modificandoli a nostro piacimento. Volevo solo dirti questo, anche se probabilmente non te ne frega niente.

Il tuo vicino di sedile sul tram,
19 marzo 1997

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