Un caffè carpiato con scappellamento a destra

Courmayeur, Valley D' Aosta, Italy 08/2012

Cara Valeria,
prima che il tuo sguardo iroso venato di sano pietismo mi fulmini su Via Damasco, mia attuale residenza, vorrei spiegarti come sono andate le cose. So che dall’esterno può sembrare strano che mi sia fatto licenziare per la terza volta in due mesi, per di più considerato che il fattaccio è avvenuto in tre bar diversi, ma quando ti avrò spiegato tutto, avrai argomenti validi per perdonarmi, evitando di chiudermi a chiave in bagno, o lanciarmi addosso pentole in acciaio inox, o fracassare sulle mie notoriamente fragili rotule il servizio di porcellana che tua nonna ci ha proditoriamente regalato per le nostre nozze.

La mattina era iniziata senza clamori. I clienti entravano con regolarità musicale: più o meno uno ogni tre minuti, durata media di una canzone. D’altra parte alle sei e mezza di mattina oltre ai soliti vigili urbani, operatori ecologici e senzatetto itineranti è raro vedere altri tipi umani. Io servivo sotto lo sguardo compiacente-assonnato di Pavel, che sembrava soddisfatto del mio approccio nel primo giorno di lavoro nel suo locale. Procedevo con meccanica regolarità: caffè, cappuccino, cornetto… breve sosta sul pianeta ginseng, deviazione in zona decaffeinato, e poi si ricominciava con le solite ordinazioni. Il delirio, come sempre, è iniziato intorno alle 7.30. Orde di impiegati d’ufficio, studenti, liberi professionisti, pensionati, punkabbestia, ubriaconi, caffeinomani in libera uscita si sono precipitati nel bar mossi da irrinunciabile istinto pavloviano. Ci eravamo organizzati bene, all’inizio. Pavel serviva i cornetti, apparecchiava i piattini e prendeva le ordinazioni girandosi poi verso di me con velocità olimpionica per elencarmi, in rapida successione, nome cognome e soprannome di quello che avrei dovuto preparare: due espressi di cui uno in vetro, un cappuccino, uno schiumato, un caffè al ginseng e un doppio in tazzina fredda.

Io ero lucido, pronto, allenato, preparato a tutto. Nel nanosecondo che mi era concesso, il mio cervello – pur provato da cinque ore di sonno scarse – elaborava i concetti espressi dalla favella iperfrenetica di Pavel per tramutarli in azioni concrete. Primo: memorizzare i singoli caffè da preparare. Secondo: ordinare i caffè sopracitati per ordine di preparazione, considerando l’impossibilità di prepararli tutti contemporaneamente e la necessità di preparare per ultimi quelli che si raffreddano prima. Terzo: stabilire l’ordine con cui andranno serviti. Dal pensiero passavo poi all’azione: montare il latte, regolando la quantità necessaria per due cappuccini e uno schiumato, preparare l’espresso per il cappuccino e quello per lo schiumato, e poi l’espresso normale, e poi l’espresso in vetro, per poi passare al doppio ricordandomi di raffreddare prima la tazzina, occupandomi successivamente del caffè al ginseng senza scordami che va messo in una apposita tazzina che è diversa da quella degli espressi, tutto questo prima di versare il latte e la sua schiuma nello schiumato prima e nel cappuccino poi, preparare gli altri caffè e servirli a Pavel, godendomi infine quei tre secondi netti prima che arrivasse la seconda raffica di ordinazioni.

Credimi Valeria, ero una macchina. Anche se sai benissimo che solitamente il mio tempo di reazione medio è paragonabile a quello di un ippopotamo durante il sonnellino postprandiale. Perché, allora, la macchina si è inceppata? E’ presto detto. Pavel, che è una gran brava persona ma ha grosse difficoltà a pianificare il traffico in uscita in zona vie urinarie, si è improvvisamente accorto di avere una necessità non rimandabile alla fine dell’ora di punta, che approssimativamente sarebbe scoccata non prima di un’altra ora abbondante. Così, fidandosi di me e scegliendo avventatamente di dare sollievo alla sua zona pelvica mettendomi nei guai per i successivi due-tre minuti, mi ha lasciato solo a gestire l’orda di clienti prendendo la via di fuga del bagno. Attingendo alle residue risorse di sangue freddo che mi rimanevano ho cercato di gestire la situazione, resa complicata dal fatto che dovevo interpretare, oltre al mio ruolo, anche la parte di Pavel, cosa resa difficile dal fatto che, mentre il mio cervello-Pavel doveva elaborare le ordinazioni e ripeterle al me stesso-Bartolomeo, le mie mani-Pavel dovevano servire i cornetti e apparecchiare il banco, sapendo bene che le mie mani-Bartolomeo avrebbero avuto meno tempo per preparare i caffè, con l’alito sul collo dei clienti resi nervosi dall’attesa e smaniosi di trangugiare quell’illusione di carica energetica che li avrebbe spinti a calci nel deretano verso le ore più frenetiche della loro giornata d’ufficio. Ce la stavo facendo, contando i secondi che mancavano alla riapparizione messianica di Pavel, tornato vittorioso dal cesso, quando, girandomi per prendere un nuovo turno di ordinazioni, l’ho visto.

Era lì, di fronte a me, con la sua giacca di lino sgualcita e l’aria arrogante di chi ritiene superfluo chiedere quando può arrogarsi il diritto di pretendere. Eccolo lì, il boss, il gran maestro, l’uomo che per far posto nella società al suo prediletto cognato non ci ha pensato due volte a licenziarmi, stroncando una brillante carriera nel mondo editoriale e costringendomi a sbarcare il lunario servendo gente come lui col sorriso affacciato sulle labbra. Gli ho sorriso, come avrebbe fatto Pavel. Gli ho chiesto cosa volesse, come avrebbe fatto Pavel. Lui ci ha provato a chiedermi cosa ci facessi lì, con quel sorriso beffardo di finta compassione, ma io ho potuto ragionevolmente ignorarlo servendomi dell’implacabile scusa della fretta di servire lui e gli altri. Gli ho servito il suo cornetto, sorridendogli mentre speravo segretamente che gli andasse di traverso, poi mi sono girato e a quel punto… a quel punto avrei dovuto, nel nanosecondo che mi era concesso, memorizzare le ordinazioni e comporre il mio piano strategico per eseguirle. Ma qualcosa si è inceppato.

Anche se gli davo le spalle, la sua faccia strafottente si era impressa nel cervello con tanta forza da obnubilare qualsiasi altro tipo di reazione che non fosse una sorda, trattenuta, ancestrale rabbia repressa. E così è successo: mi avevano chiesto un ristretto macchiato in vetro, un caffè all’orzo, un latte macchiato freddo, un marocchino in tazza bollente e un caffelatte. Devo essermi confuso. Ho cominciato a preparare i caffè senza rendermi conto di quello che facevo. Ho preparato un ristretto in tazza bollente, un caffè all’orzo in vetro e un marocchino ristretto confondendo pure le tazze del caffelatte e del latte macchiato. Un disastro. I clienti a protestare, mentre la mia vergogna pubblica, la mia umiliazione, la mia inadeguatezza si consumava feroce e senza sconti, nell’istante in cui Pavel riappariva sulla scena come un deus ex machina pronto a calare il sipario sul dramma. Non ricordo molto di quello che è successo dopo, i miei pensieri avevano il grado di visibilità di una strada alpina immersa nella nebbia autunnale. Mi dispiace Valeria, ho sbagliato tutto. Riproverò ancora, come sempre. Ma per adesso ti chiedo un solo favore: quando entrerai nel prossimo bar dove lavorerò, non mi chiedere un lungo macchiato con latte freddo in tazzina bollente con doppio carpiato e scappellamento a destra. Ordinami un semplice, classico, normale, banalissimo caffè.

Il tuo fidanzato,
Bartolomeo Barletta
15 aprile 2003

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Una risposta a Un caffè carpiato con scappellamento a destra

  1. Marco Rotunno ha detto:

    Bellissimo! E tanta nostalgia dei bar italiani all’ora di punta…

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