L’infinitesimale

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Gentile signor Leonardi,
sono il proprietario dell’auto che ha piegato il suo paraurti una settimana fa. Se troverò mai il suo indirizzo, scritto di fretta su un foglio di carta che al momento potrebbe trovarsi in apnea nella tasca dei jeans finiti in lavatrice, le spedirò questa lettera quanto prima.
Non si preoccupi, non è mia intenzione importunarla. La faccenda dell’incidente si è chiusa nel momento in cui abbiamo trovato un accordo, né ho intenzione di contattarla in futuro, avendo già derubricato il nostro fortuito incontro sotto la voce “parentesi chiusa” del mio vocabolario mentale. E tuttavia ho deciso di scriverle per togliermi la soddisfazione di ringraziarla. Grazie a lei io oggi sono un uomo migliore, e voglio spiegarle perché.

La sera dell’incidente ero parecchio agitato. Guidavo in un quartiere estraneo, spinto a gesti rapidi dalla fretta del ritardo, provando a seguire le indicazioni fuorvianti del navigatore satellitare. Quando mi sono imbattuto in quella stradina e ho provato a scansare l’autobus improvvisamente materializzatosi all’angolo, ho calcolato male le distanze, andando a urtare il paraurti della sua Panda, posteggiata accanto. Un tocco leggero, infinitesimale, ma che ho avvertito distintamente quando il rumore delle lamiere che si contorcevano ha raggiunto il mio orecchio. Tre secondi dopo lei è arrivato in strada e, resosi conto del danno, si è accostato al mio finestrino reclamando i suoi diritti.

Ora, lasciamo stare quello che è accaduto dopo. Ho pagato quello che dovevo pagare, e il suo meccanico è stato anche clemente. Quello che non sa, e che voglio raccontarle, è ciò che è successo nella mia testa in quei tre secondi che sono trascorsi dalla certezza di aver provocato l’urto alla consapevolezza che quell’uomo appena uscito dal palazzo, tra tutti gli uomini che potevano uscire da lì, era il proprietario dell’auto che avevo appena urtato.

Mi ha detto, volendo fare una battuta, che sono stato proprio sfigato a provocare l’incidente nell’istante in cui lei raggiungeva la sua auto. In altre parole, ha dato per scontato che se mi fossi ritrovato senza testimoni, sarei sgattaiolato via sapendo di rimanere impunito. Io, naturalmente, mi sono affrettato a dirle che in quel caso avrei certamente lasciato un bigliettino sul suo parabrezza con il mio numero di telefono. E mentre glielo dicevo ci credevo pure. Ma la verità, signor Leonardi, è che aveva perfettamente ragione.

Lo vuole sapere cosa ho pensato in quei tre secondi? Una volta realizzato di aver provocato il danno, cosa inappellabile per via del rumore di lamiere, ho subito minimizzato ciò che avevo sentito, affrettandomi a pensare di aver solo sfiorato la parte più solida del suo paraurti. Poi mi sono detto che, se un danno c’era stato, certamente a subirne le maggiori conseguenze era stata la mia auto. Infine, essendo giunto alla conclusione che il graffietto infinitesimale eventualmente provocato non meritava alcun controllo approfondito, ho deciso che non sarei sceso dalla macchina a controllare. Tutto questo l’ho elaborato nei tre secondi che hanno separato l’urto dalla sua apparizione sulla scena del crimine. In pratica ho imbastito il processo, mi sono accusato, mi sono difeso e ho deciso che ero innocente. Tutto da solo.

Inutile dirle che la paura di dover scucire dei soldi a causa di una mia disattenzione ha giocato d’astuzia col mio cervello anestetizzando la mia coscienza con giustificazioni maledettamente concrete. Sapevo bene infatti che se fossi sceso dall’auto per constatare il danno, mi sarei accorto che era molto più evidente di quello che volevo raccontarmi. E sapevo bene che, una volta appurata la mia colpevolezza, non avrei più potuto far finta di niente e sarei stato costretto a lasciarle quel famoso bigliettino sul parabrezza. Sapendo tutto questo avevo deciso, in quei tre secondi, di non scendere dall’auto. E’ come se avessi detto: se non vedo il peccato posso fingere di non averlo commesso.

Lei mi ha salvato, signor Leonardi. Presentandosi lì, in quel momento, un istante prima che mi macchiassi di codardia e menefreghismo, mi ha concesso l’opportunità di fare la cosa giusta. Mi ha impedito di sbagliare, di commettere un errore che mi avrebbe reso un uomo peggiore. Ho perso dei soldi, ma ho guadagnato la grazia di potermi guardare allo specchio, la mattina dopo, senza avere l’inquietante sensazione di osservare un uomo vile. E ho pensato che se nella vita funzionasse sempre così, se nel momento in cui stiamo sbagliando apparisse l’oggetto dei nostri sbagli, potremmo riuscire con più facilità a elevarci dalla mediocrità che ci appartiene. Quanto sarebbe più pura la mia anima se mi fossero apparse davanti le persone di cui stavo parlando male in presenza di altri, o se poco dopo aver rifiutato l’aiuto a un amico dicendogli che ero troppo impegnato me lo fossi visto spuntare lì, sorpreso nel vedermi a poltrire sul divano di casa. Quante opportunità avremmo se fossimo colti in flagranza di reato in tutti quegli infinitesimali momenti in cui, inconsapevolmente, decidiamo se fare un piccolo passo in avanti o indietro, sulla scala che dovrebbe portarci a diventare persone migliori.

Gianfranco,
7 gennaio 2000

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2 risposte a L’infinitesimale

  1. Bello. Bello e ben scritto.
    Proprio, proprio bello!

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