Una piazza e mezza

A fascination for the ordinary - mail boxes USA

Cara Isabella,
sono appena tornato a casa, ma mi sento ancora scosso per quello che mi hai detto. Ho deciso di scriverti subito perché so che fra qualche ora, quando la rabbia per le tue parole si sarà placata, rischio di tornare ad essere quel docile coniglio ammaestrato che, evidentemente, pensi che io sia. Ti starai chiedendo perché mi senta così frustrato dopo il nostro incontro. In fondo mi hai ripetuto quello che mi avevi sempre detto. Non vuoi legami, vuoi sentirti libera, non sopporti di avere il fiato sul collo, sei giunta alla conclusione che la ricetta per la felicità sia vivere alla giornata, senza prendere particolari impegni per il futuro… Le ho ascoltate mille volte queste tue prese di posizione, condite con sguardi di compatimento per quel povero idiota che sente il bisogno di una meta all’orizzonte per poter proseguire il viaggio. Ma a te questo non importa, le mete per te sono solo àncore che ti inchiodano alla realtà, impedendoti di ballare la tua musica.

Per un attimo la tua eloquenza mi aveva quasi convinto. Perché impegnarsi in qualcosa di serio quando possiamo ancora rubare alla giovinezza un po’ di amore senza regole, di piacere senza responsabilità, di spensieratezza senza limiti? Perché incatenarci a progetti futuri che ci costringeranno a fare i conti con noi stessi, ad abbracciare delusioni e fallimenti certi? Non ho saputo risponderti, perché mi hai tolto il fiato con le tue granitiche certezze. Ma è stato poco dopo, quando ero già sull’autobus, che mi sono reso conto della verità.

Una ragazzina sui sedici anni si è seduta su uno di quei nuovi sedili dei bus che circolano in centro. Li avrai visti anche tu: sono più ampi di un sedile normale, ma non abbastanza per essere considerati un sedile doppio. In pratica, misurandoli col metro che si utilizza per i materassi, si tratta di sedili a una piazza e mezza. Penso che siano stati progettati per venire incontro alle esigenze di persone sovrappeso, ma la maggior parte delle volte ottengono l’unico risultato di dar vita a scene grottesche. Una persona magra che ci si siede, infatti, lascia quasi metà del sedile libero, incoraggiando così altri passeggeri a occupare quella invitante porzione di spazio. Il problema è che due persone magre ci stanno strette, e perciò delle due l’una: o due perfetti sconosciuti accettano di stare seduti in uno spazio insufficiente per accoglierli entrambi, oppure una sola persona rimane seduta in uno spazio fin troppo ampio per quello che le è necessario.

Guardando quella ragazzina che non sapeva come comportarsi su quel sedile da una piazza e mezza, ho rivisto te. Te che parli come un’adolescente pur avendo superato i trent’anni, e che ti ostini a voler vivere in una vita a una piazza e mezza, procrastinando decisioni che avresti dovuto prendere già da un pezzo. Che ti piaccia o no, Isabella, la vita ti chiama a una scelta. Non hai più scuse per non considerarti adulta. Non puoi continuare a voler stare con me senza voler fare progetti per il futuro. Non puoi continuare a prendermi in giro, perché un giorno ti va di vedermi e il giorno dopo hai bisogno dei tuoi spazi. E’ proprio questo il punto, il tuo è un problema di spazi. Mi includi e mi escludi dai tuoi spazi come se fossi un elastico da tendere, ma non è così che voglio essere trattato. Il tuo spazio lo devi definire, e lo devi fare adesso. Qual è la tua scelta? Vuoi vivere la tua vita in un sedile doppio, a due piazze, o in un sedile singolo, a una piazza sola? Perché ti comunico che nella vita sedili a una piazza e mezza non ne esistono, se non quelli che la tua mente si costruisce per sopravvivere all’idea che è arrivato il momento di crescere e costruire. Non sei costretta a scegliere le due piazze. La vita in due è una vocazione, e non tutti sono chiamati a seguirla. Conosco tante persone che hanno vissuto una vita meravigliosa, piena di amore verso gli altri, pur non vivendo in coppia. Ma una scelta, prima o poi, la devi fare. Io l’ho fatta, Isabella. Voglio vivere in un sedile doppio, perché quello singolo mi sta stretto. E vorrei vivere questo viaggio insieme a te. Ma sto troppo scomodo nel sedile a una piazza e mezza su cui mi fai viaggiare da tre anni.

Non ho mai avuto il coraggio di dirti queste cose. Te le scrivo adesso, perché tu capisca. Non sono più un ragazzino. Voglio costruire qualcosa di importante per la mia vita. Ho l’urgenza di dare un nome a quello che faccio, un senso alle mie giornate. Senza una meta, un orizzonte, un obiettivo da raggiungere, mi sento sperduto e solo. Vuoi costruire qualcosa insieme a me? Anche se tutto il mondo attorno a te ti dice il contrario, invitandoti a vivere con frivola spensieratezza i tuoi trent’anni, procrastinando all’infinito la tua vita, sappi che prima o poi ti accorgerai delle occasioni perdute, perché non sei tu a decidere i tempi e i modi, e se non ti affretti a metter su i primi mattoni della casa, quando arriverà la tempesta ti ritroverai nuda e scoperta. Te lo dico perché ti voglio bene, anche se decidessi di separare la tua strada dalla mia. Allora, quando ci vedremo la prossima volta, riuscirai a dirmelo? Riuscirai a dirmi se vuoi farmi spazio nella tua vita?

Gaetano,
11 novembre 2013

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