Proposta di matrimonio

Nether Winchendon Church

Esimio signor Godsmith,
vi chiedo di perdonare la mia titubanza nel farvi pervenire una mia risposta circa la proposta che avete formulato a mio padre riguardo alla mia persona. Ammetto di non essere stata sorpresa nel riceverla, e che ogni vostra parola, riferita con precisione e delicatezza dal mio buon genitore, sia arrivata a me come l’eco ritardata di un suono familiare, al quale posso dire di essere avvezza. Immagino che pensiate, non propriamente a torto, che io mi debba sentire lusingata del riguardo che avete dimostrato in questa particolare circostanza, avanzando la vostra proposta di matrimonio nel più assoluto riserbo e tramite una persona a me tanto cara quanto è la mia vita. Immagino anche che siate impaziente di ottenere una risposta e che abbiate potuto interpretare il mio silenzio per una forma infantile di scortesia. Vi garantisco che non è così.

Vedete, per quanto sia giunta non del tutto inattesa, la vostra proposta mi ha messo di fronte a una realtà che, non me ne vogliate per l’ingenuità che oso dimostrare, pensavo poter ritardare come il contadino che, guardando implorante il cielo, si illude di poter procrastinare l’arrivo dell’inverno per preservare il suo raccolto. Non vorrei mai che le mie parole potessero offendervi, ma auspicherei che vi rendeste conto quanto la mia anima ancora così giovane abbia sempre anelato, nei suoi più reconditi anfratti, a passioni smisurate e fantasticherie romantiche, che, ne converrete, mal si conciliano al proponimento di sposarvi.

Credo che vi rendiate perfettamente conto che i trent’anni che ci separano si presentino al mio sguardo come un solco insormontabile, un oceano di distanza difficilmente colmabile con la premura, l’affetto, la comprensione, la fiducia, il senso di abbandono, la ragionevolezza, la cura, la pazienza, l’ostinazione benevola, la dolcezza, che sono sicuro abbiate intenzione di darmi, con i più sani propositi, per onorare il patto nuziale che volete sancire con me. Ma i miei vent’anni gridano un desiderio di libertà che voi non potete, e non potrete mai, soddisfare.

Mi spezza il cuore rivolgermi a voi con tali parole, che a un orecchio distratto o a un cuore innamorato debbono di certo sembrare così profondamente crudeli, tanto più se pronunciate da un’acerba fanciulla di campagna, per quanto istruita, che delle cose del mondo ne sa quanto un cardellino nato in gabbia e ignaro della profondità del cielo e della vorace voluttà della natura, che ha sempre guardato dall’angusta prospettiva di una cella tranquillizzante e inerte. Quanta arroganza e presunzione riscontrerete nel mio atteggiamento, e quanta fede mal riposta nell’affidare a mio padre, vostro caro amico e servitore, il cuore scoperto e nudo del vostro desiderio. Mi direte che i vostri propositi sono onesti e che la vostra richiesta è legittima. Non posso che convenirne. Mi direte che la nostra unione non può che giovare alla mia famiglia d’origine, in prestigio e sicurezza economica. Non posso che convenirne.

Sono stata educata, a dispetto della mia natura romantica, a valutare con raziocinio e lungimiranza le circostanze spesso ingiuste nelle quali la vita ci chiama a dover scegliere tra le fantasie corrispondenti alla nostra anima infinita e le necessità cui il gravoso peso della nostra carne mortale ci costringe. Pertanto, consapevole che la scelta che mi ponete innanzi è tra il dirvi di sì e rendere felici voi e mio padre rendendo me infelice, o dirvi di no, assecondando le mie aspirazioni e i miei sogni ma deludendo tutte le persone che amo e a cui devo gratitudine e obbedienza, vi comunico che accetto la vostra proposta di matrimonio. Sarò una moglie fedele e di buona compagnia, umile nel servirvi e di cui potrete andar fiero tra i vostri amici e parenti. Ma, vi prego in nome della vostra intelligenza, non chiedetemi di mostrare quella felicità che, con la mia risposta, mi avete precluso, condannandomi alla vita di quel cardellino che fissa il cielo dalla sua gabbia, sognando nuvole nelle quali tuffarsi nei pomeriggi caldi e afosi di un mattino d’estate.

Vostra Cecilia
13 agosto 1852

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