Servire i propri figli a tavola è un reato

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Cara signora Boldrini,
la chiamo signora e non “presidente” (appellativo a cui, sono certo, lei tiene molto) per rimarcare il suo essere donna prima ancora che lavoratrice, in qualsiasi ambito o contesto. Le scrivo questa lettera con un pizzico di imbarazzo, le confesso. Imbarazzo nato dal fatto che nel bel mezzo di un intervento che ho ritenuto giusto e appropriato, in cui stigmatizzava l’utilizzo del corpo della donna nell’ambito della comunicazione e degli spot pubblicitari, se n’è uscita fuori con una frase che mi ha profondamente offesa, come donna e come madre. Per rimarcare un esempio negativo di cattiva pubblicità lei ha detto, cito testualmente: “Non può essere concepito normale uno spot in cui i bambini e il papà sono tutti seduti e la mamma serve a tavola. Guardate, merita una riflessione questo!”

Ecco, una riflessione la merita sicuramente. Ci ho riflettuto su, e sono giunta alla conclusione che lei ha un’idea un tantino traviata della vita familiare, della bellezza del servire e dell’essere madre. Probabilmente sarà abituata a essere servita, a casa sua, da una cameriera che cucina per lei, visto che le sembra così innaturale, fuori dal comune e addirittura umiliante per una madre servire da mangiare ai propri figli e al proprio marito. Trasmetteremo prontamente notizia alle agenzie pubblicitarie: da ora in poi, quando dovete pubblicizzare prodotti per la colazione o il pranzo, raffigurate solerti cameriere filippine che servono i pasti mentre le mamme sono sedute, insieme ai figli e al marito, servite e riverite, perché non sia mai che si umilino a cucinare un piatto di pasta ai propri cari, perpetuando l’odioso e millenario maschilismo che inquina la loro immacolata indipendenza. Sono sicuro che, allora, se ne uscirebbe con un intervento analogo in cui stigmatizza l’utilizzo negli spot di donne-cameriere, che si umiliano per servire a tavola figli non loro.

Guardi, per tagliare la testa al toro proporrei di non mangiare proprio: digiuniamo! Così nessuno dovrà alzarsi da tavola e fare la fatica di cucinare, apparecchiare e servire. Così nessuno si sentirà umiliato, né finirà in nessuno spot. Ma lei veramente pensa che per una madre servire a tavola i propri figli, dare loro da mangiare prima che a se stessa e, in generale, donare la propria vita per loro (così come, con altre modalità ma con il medesimo impegno, fa il marito) sia un atto umiliante, degradante e da additare ad esempio negativo? Lei davvero pensa che io, quando cucino con tutto l’amore possibile per i miei cari, anche quando sono stanca, anche quando mi andrebbe di fare altro, anche quando ho solo un’ora di tempo prima di rientrare al lavoro, mi senta una schiava, costretta da un dovere che io non ho chiesto? Ebbene, le dico che io in quel momento mi sento più donna di qualsiasi altro momento della giornata, perché sono nata per questo: per amare. Sì, per amare a costo di sacrifici e rinunce, ma con quella gioia che nasce dalla segreta consapevolezza che servire non è umiliarsi, ma rendere giustizia della pienezza e della bellezza e della grandezza di cui sono capace. Lei mi dirà: e perché suo marito non dovrebbe servire al posto suo, cucinando per lei e sedendosi solo dopo che lei è già seduta?

Potrei risponderle in molti modi. Potrei dirle che mio marito, spesso, lo fa, e lo fa con gioia e non perché io lo costringo. Potrei dirle che mi aiuta in molte faccende domestiche, senza che io glielo chieda. Ma le dico anche che quando io lo servo a tavola lui non mi tratta come una schiava a cui comandare, ma come una moglie a cui rendere onore, nello stesso modo in cui quando lui torna alle nove di sera da lavoro dopo aver sbrigato infinite faccende burocratiche (bollette da pagare, chiarimenti col commercialista, visite in farmacia) e si offre volontario per riparare un guasto idraulico in bagno, io non lo tratto come uno schiavo, ma lo ammiro e gli rendo onore. Vede, il discorso sarebbe complesso e non ho la possibilità di dilungarmi, ma si deve rendere conto che con questo postfemminismo d’accatto state sminuendo il valore della donna per reclamare presunti diritti che hanno, mi creda, il solo effetto di estirpare la donna da se stessa, trasformandola in un ibrido senza identità. Un ibrido che pensa davvero che uno spot che ritrae una mamma mentre fa la mamma restituisca un’immagine distorta dell’universo femminile.

Una mamma fiera di servire i propri figli a tavola,
25 settembre 2013

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3 risposte a Servire i propri figli a tavola è un reato

  1. Marco Marcellino ha detto:

    Bella lettera, in risposta a dichiarazioni purtroppo reali (me le ricordo anch’io le sparate della nostra presidente della camera!). Aggiungo che se voleva criticare qualcosa nella pubblicità, critichi gli stereotipi di cui si servono costantemente i pubblicitari, quelli si che danno fastidio, come se tutte le famiglie sono fatte di bambini carini, di tavole perfette e di mamme premurose che servono e cucinano. Se a me da fastidio vedere infinite volte la stessa scenetta, trita e ritrita, questo non vuol dire che ci sia qualcosa di sbagliato in una famiglia in cui ogni componente abbia un ruolo ben preciso men che meno che “il ruolo” che dovrebbe avere “la madre di famiglia” sia degradante per l’immagine della donna. E ho usato le virgolette sulla parola ruolo perchè poi è ovvio che ci saranno famiglie in cui “la madre di famiglia” non più fare per molte ore le faccende domestiche per problemi di tempo, in cui magari il padre la dovrà sostituire in quelle mansioni e per necessità e per amore dovrà fare del suo meglio in dei compiti in cui non si muove con naturalezza. Il femminismo è proprio una brutta e battaglia se si tratta come dici bene di equiparare le mansioni della donna a quelle degli uomini e non fa quello che dovrebbe. La prima cosa che mi viene in mente: promuovere il rispetto della donna equiparando il valore di ciò fa, al valore di ciò che fa l’uomo, riconoscendo a parità di impiego lo stesso stipendio percepito da un uomo. Sicuramente non è la discriminazione più grave che subisce una donna ma senza dubbio una delle tante per cui vale la pena aprire bocca!

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  2. orazio ha detto:

    Cara signora ignota e madre di figli,
    Sono una madre di figli anche io, ho sessantasei anni e mi considero nell’anima una sessantottina.
    Ricordo quante battaglie ho fatto per rivendicare i diritti della donna che in quel periodo mancavano e vedo con tanta soddisfazione i passi avanti che si sono fatti in una terra dove sembrava quasi impossibile ottenerli dato che spesso si è regolati da un bigottismo cristiano in cui la donna viene sempre vista come una Maria obbediente o come una Marta che tutto prepara per l’ospite Gesù.
    Devo dire però che non sono totalmente in disaccordo con quello che ha fatto notare nella lettera alla presidente Boldrini, anzi sposo in pieno le critiche che le ha mosso poichè alla fine degli anni sessanta non potevo immaginare gli effetti collaterali che quelle rivendicazioni femministe avrebbero portato.
    Le devo dire che in quel periodo rivendicare diritti non significava nella mia mente rinnegare la possibilità che la donna potesse continuare a svolgere il suo ruolo tradizionale di madre casalinga ma al contrario fornire alla donna altre strade, altre alternative (dare la possibilità di diventare anche giudice o poliziotta o avvocato o dottoressa ecc..).
    Soprattutto non avrei mai voluto che le donne potessero emancipassi al punto da diventare mentalmente aristocratiche o razziste nella scelta del loro patner.
    Invece adesso con triste disincanto mi sono accorta che le donne di oggi guardano il sette e quaranta e si concedono solo se il loro patner può loro garantire una scalata sociale, la naturale attrazione fisica è subordinata al desiderio di pecunia e di avere gioielli e vestiti da donna aristocratica.
    Vedo venticinquenni che si concedono a settantacinquenni imprenditori solo perchè questi ultimi hanno lo yacth e le possono portare in giro dove vogliono e come vogliono.
    Non so a lei ma a me questa sembra una prostituzione emancipata che ha sminuito il valore della donna, penso che paradossalmente mia madre che faceva la casalinga rivesta un abito più decoroso della venticinquenne che va da nonno zio paperone adottivo.
    Per questo adesso io apprezzo questa lettera alla Boldrini anche se penso che in cuor suo forse non volesse criticare la casalinga ma volesse semplicemente dire che la donna debba anche ricoprire altri ruoli all’interno della casa.
    Cordialmente
    Dott.ssa Cristiana Pagano

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  3. franca ha detto:

    Brava “mamma fiera”! bellissima riflessione. Molto del disorientamento e del degrado del mondo in cui viviamo è responsabilità di tutta la corrente di femminismo ottuso del secolo scorso. Perfino gli slogan erano insulsi e vuoti: “io sono mia” “il corpo è mio” il “mio diritto ad avere un figlio a tutti i costi” ecc…..poverette! povere donne! c’è da compiangerle. Si sono rese schiave da sole! hanno messo in piedi un sistema di schiavitù peggiore di quello che credevano di combattere. Hanno idolatrato il loro monumentale egoismo e si sono ritrovate, all’improvviso, strumentalizzate proprio nelle cose in cui credevano di emanciparsi. Si ritrovano con un pugno di mosche in mano e fanno fatica a mettersi in relazione con il tipo di uomini che loro stesse hanno forgiato. Non hanno capito quanta felicità può scaturire dal riconoscere e aderire all’ordine naturale dentro il quale siamo stati creati: originariamente splendide creature, maschio e femmina, complementari e di pari dignità, uomo-donna (forse vale la pena leggere le ultime parole del Papa su questo argomento: (http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/11/17/0856/01831.html )
    E, comunque, Signora Boldrini, le assicuro: creare e alimentare un “focolare luminoso e allegro” per i miei cari mi fa sentire molto più importante e utile di un grande manager di una multinazionale! Sono orgogliosa di offrire il mio servizio per alleviare le difficoltà, le stanchezze, le tristezze che si possono accumulare lungo una giornata. Non ho niente da invidiare ad un grande luminare della psichiatria che aiuta, a pagamento, le persone a stare meglio con se stesse.
    Cordialmente
    Franca

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