Un solo spettatore

Guitar Post

Caro Giorgio,
noi non ci conosciamo. Ho saputo solo ieri della morte di tuo padre. Non so se ti abbia mai parlato di me. Eravamo amici quando avevo la tua età. Ci ho messo due settimane a rintracciare il tuo indirizzo. Avevo pensato di chiamarti, ma non sono a mio agio quando devo esprimermi a voce. Le parole mi si arrampicano sulla bocca, ma una volta arrivate in cima alle labbra si sfaldano, imbarazzate e impotenti. Non ti scrivo per raccontarti dell’amicizia che legava me a tuo padre, né del motivo per cui il tempo e la distanza ci hanno allontanati così tanto da farci perdere l’esigenza di ritrovarci. Starai ancora radunando i suoi ricordi, e ti chiedo di aggiungere il mio.

E’ di una sera di tanti anni fa che voglio raccontarti. Io e tuo padre eravamo nella piazza del paese. Sul palco si esibiva una giovane rock band. Si era radunata una piccola folla di curiosi, un’ottantina di persone in tutto. Eravamo lì perché non capitava spesso di poter ascoltare musica dal vivo. Eravamo avidi e curiosi, e avremmo dedicato volentieri una parte della nostra serata ad abituare l’orecchio a qualcosa di nuovo. Ci misi poco a capire che la curiosità aveva fatto accomodare accanto a sé la noia, canzone dopo canzone, fino a lasciarle il proscenio per andarsene altrove… verso il chiosco di gelati in fondo al viale, o le gambe delle due ragazze dirette al Belvedere, o il tavolino del bar all’angolo… Quando cominciai a mostrare segni d’indifferenza, speravo che tuo padre facesse altrettanto, sicuro che ci saremmo allontanati senza bisogno di dirci nulla, dopo una semplice occhiata d’intesa. Ma lui rimaneva lì. Ed era il solo a guardare quei giovani musicisti mediocri sudare e sbattersi nel tentativo di elevare la loro fatica ad arte, o anche solo ad interesse estemporaneo. Iniziai a guardarmi intorno. Quasi un terzo degli avventori se n’erano andati altrove. Lo sfiorai col gomito, per spingerlo a seguirli. Lui mi guardò un secondo, e scosse la testa senza dirmi niente.

Dopo altre due canzoni, eravamo rimasti in venti a seguire la band sotto al palco. “Ti va se andiamo a bere qualcosa?” gli chiesi. “Dopo,” mi liquidò. E per un attimo ebbi l’assurda sensazione che quella band potesse piacergli, contro ogni ragionevole evidenza. Era quasi commovente vederli dimenarsi sul palco mentre il loro pubblico si assottigliava sempre più, riducendosi a diciotto, quindici, dieci, sette persone. Ed io speravo che si accorgessero dell’assurdità della situazione, che capissero di non essere nelle condizioni di andare avanti, che ci facessero il favore di lasciare lì il basso, e la chitarra e la tastiera e la batteria, per scendere dal palco e venire con noi a prendersi una birra. Non fu così. Rimanemmo in cinque ad ascoltarli. E fu allora che strattonai tuo padre e gli dissi come la pensavo. La sua risposta fu: “Sono qui per noi.” Ora capivo. Non stava rimanendo lì perché la musica gli piaceva. Stava rimanendo lì per rispetto nei confronti di chi la stava eseguendo. Ma il mio rispetto per loro non era superiore alla determinazione di non voler sprecare la serata. Dissi a tuo padre che non ce la facevo più, e andai via. Erano in quattro quando li lasciai. Andai a bere una birra al bar. Passeggiai un po’. Incontrai un paio di amici con cui chiacchierai del più e del meno. Poi mi voltai di nuovo verso il centro della piazza. I musicisti stavano terminando l’ultima canzone del concerto. Sotto al palco c’era un unico spettatore: tuo padre. Le ultime note, poi il silenzio. Tuo padre accennò un timido applauso. I ragazzi iniziarono a riporre i loro strumenti. Tuo padre gli si avvicinò e strinse la mano al cantante. Gli disse qualcosa, una sola parola, breve. Il cantante lo guardò commosso, grato. E poi sparì con gli altri dietro al palco.

Per tutta la mia vita ripensai all’immagine di quella sera. Una rock band che suonava per un solo spettatore. Perché non riuscivo a toglierla dalla mente? Molti anni dopo mi ritrovai a riascoltare quella band. Suonavano dal cd della mia nipotina. Erano migliorati, ci avevano creduto, ed avevano raggiunto il successo. Probabilmente, se tuo padre quella sera non fosse rimasto lì, avrebbero smesso di suonare. Avrebbero rinunciato alla carriera di musicisti. Ma fu solo quando mia nipote arrestò il cd e iniziò a chiedermi di raccontarle della mia vita, che capii. Le parole mi si arrampicavano sulle labbra e una volta arrivate su balbettavano la loro inadeguatezza. Si sfaldavano, come sempre. Si disperdevano nell’aria. Avrei voluto andarmene per la vergogna, ma di fronte a me c’era lei. Di fronte a me c’era il mio unico spettatore. E io non potevo tacere, fare finta di nulla o dirle che non ero in grado. Dovevo “suonare” per lei. Ecco cosa mi disse quella sera tuo padre, col suo gesto: finché c’è qualcuno ad ascoltarti, finché c’è qualcuno che sta lì per te, tu devi continuare a suonare. Forse la tua musica sarà imperfetta, ma il risultato non ha alcuna importanza. Che tu sia sul palco o sotto al palco, non andartene è l’unica cosa che conta. E’ questo il ricordo che mi ha lasciato tuo padre.

Con riconoscenza, Edoardo
11 dicembre 2003

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