Un incontro sul treno

foto by Giulio Catanzaro

Cara Miriam,
probabilmente non leggerai mai questa lettera. Perché la sto scrivendo, allora? Non lo so nemmeno io. Ho cercato un indirizzo a cui spedirtela, ma l’unico che avevo si è rivelato inesatto. Non abiti più lì, e io non ho la minima idea di dove passi le tue notti. Ho provato a chiamarti, ma il numero che avevi vent’anni fa, quando andavamo al liceo, non è più tuo.
Volevo dirti che ieri sera, sul treno, ti ho vista.

Ero sul sedile in fondo, lato finestrino, al piano superiore. Sei comparsa dal nulla. Eri in piedi, a una decina di metri da me, con vent’anni in più sul volto, ma ti ho riconosciuta subito. Stavo per farti un cenno, magari pure per venirti incontro, quando ti sei messa a parlare. Ho capito subito che non ti stavi rivolgendo a qualcuno in particolare, ma a tutti i presenti. Hai alzato il tono della voce, per attirare l’attenzione sulle tue parole, ma non più di tanto. Con discrezione, come è sempre stato nel tuo stile. Le parole uscivano dalla tua bocca, ma io non riuscivo ad attribuirle a te. Avevi lo sguardo basso, gli occhi feriti. Hai detto di essere disperata, di avere perso il lavoro, di non avere più nessuno, di dover chiedere, anche se ne avresti fatto volentieri a meno, un aiuto ai presenti.

Ti guardavo Miriam, e ti ascoltavo… e ogni tua parola, sussurrata come una lieve nenia infantile, mi arrivava al cuore come un grido. Un grido soffocato. Ho smesso di guardarti e ho cominciato a guardare gli altri. Ti osservavano. Ti osservavano stupiti. Alcuni ti fissavano come si fissa un animale nello zoo, una strana creatura esotica che si trova incongruentemente in un contesto mediterraneo, o nordico. Una donna italiana, sui quaranta, distinta e signorile. Che ci facevi lì a chiedere l’elemosina? Non indossavi stracci, ma un dignitoso vestito a fiori. Non eri a piedi nudi, ma con un paio di scarpe sorrette da moderati tacchi. Ed erano orecchini quelli che ti pendevano dalle orecchie: non di valore, ma di classe. I capelli pettinati, il portamento nobile, la borsa modesta ma in ordine. Agli occhi di chi ti guardava, tu eri una donna che si sarebbe facilmente potuta confondere tra la folla, tra di loro. Ai loro occhi, forse, tu non avevi il diritto di stare lì, perché non eri straniera, perché non eri vestita di stracci, perché guardare te era come guardarsi allo specchio, e l’immagine che vedevano non corrispondeva a quella che si erano costruiti, con fatica, per nascondere a se stessi la verità: che siamo esili, fragili, indifesi fuscelli sospinti dal vento della fortuna.

Li guardavo Miriam, mentre ti guardavano. E pensavo cosa avrebbero potuto pensare di te. Ma è durato un attimo, perché l’attimo dopo il mio pensiero veleggiava già sulle sponde inquiete del tuo sguardo. Perché era in quello sguardo che volevo perdermi, perdermi come un bambino ansioso di capire, di capire cosa ti passava per la testa in quel momento. E per un lungo istante ho provato quello che provavi tu. Mi sono ritrovato lì, con te, in piedi di fronte a perfetti sconosciuti che mi fissavano, chi mostrando pietà, chi indifferenza, chi stupore. “Forse tra di loro c’è qualcuno che mi conosce, forse tra di loro c’è qualcuno che mi giudica, o che mi deride, o che mi disprezza.”

Qualcuno ti ha ascoltato, qualcuno ti ha dato spiccioli e sguardi di compassione, o solo spiccioli senza compassione o soltanto compassione senza spiccioli. E io continuavo a guardarti, e a nascondermi. Cosa avrei potuto fare, Miriam? Ho immaginato la scena mille volte: tu che avanzi verso di me, alzi il tuo sguardo e mi vedi. Forse fai finta di non riconoscermi, o ti viene il dubbio e lo ignori, oppure non lo ignori e mi fai un cenno di saluto. E io… io che ti sorrido, ipocritamente, o ricambio il cenno, o faccio finta, pure io, di non averti riconosciuta, anche se sappiamo entrambi di stare recitando una parte. E poi? Ti allungo una moneta e ti lascio andare, mentre tu trattieni le lacrime perché il tuo compagno di banco del liceo ti ha vista, lì, allo zenit della tua vergogna, umiliata, sola, nuda. No, Miriam. Non me la sono sentita. Ho aperto il giornale, mi sono voltato verso il finestrino, e mentre l’eco delle tue parole si avvicinava al mio corpo tremante, ti ho lasciata andare, senza che tu sapessi, risparmiando ai tuoi occhi la pena di incrociare i miei.

Ma è successo lo stesso, Miriam. A casa, ore dopo, quando la quiete della notte si è impossessata di quel che restava del mio corpo stanco. I tuoi occhi erano lì, posati su di me. Mi fissavano per chiedermi: perché mi hai ignorata? Perché non mi hai aiutata? Forse un tuo sorriso avrebbe potuto illuminare le tenebre in cui vivo, forse una tua parola avrebbe potuto lenire il mio dolore. E come il nastro di un film mai realizzato ho visto me che ti accompagnavo alla fermata del treno, che ti chiedevo come stavi, dove vivevi, se avevi bisogno di aiuto; che ti offrivo la cena, e magari parole di speranza, anche se non le avevo, anche se mi veniva difficile trovarle. Cosa mi costava? Avevi bisogno di me, e ti ho lasciata andare. Eppure io sapevo, Miriam. Io so. So come ci si sente quando la vita ti stende a terra e ti schernisce dall’alto, invitandoti sprezzante a rialzarti in piedi, anche se le gambe ti tremano, e le braccia sono stanche, e l’anima è pesante, come schiacciata da un eterno macigno di pietra. So come ci si sente quando tutti i tuoi sogni di ragazzo vengono uccisi, davanti ai tuoi occhi, giorno dopo giorno, senza che ti venga chiesto il permesso, chiedendoti l’impossibile per prenderti quello che dovrebbe spettarti di diritto. So come ci si sente quando l’ultima chance possibile che ti rimane è armarti di coraggio e chiedere, chiedere come un bambino che chiede a un genitore, ricacciando l’orgoglio in un posto chiuso a chiave dentro il tuo ego ferito. Lo so, lo sapevo, ma non te l’ho detto.

Cara Miriam, lo so che non leggerai mai questa lettera, ma ho ancora una speranza. Mi auguro con tutto il cuore di rivederti, un giorno, magari su un altro treno, con un uomo accanto che ti tiene la mano, o una bambina sulle ginocchia. O magari senza uomo e senza bambina, ma con la fiducia nel cuore e la gioia negli occhi. E allora ti verrò incontro, e tu sarai felice di vedermi. E non proverai vergogna, e parleremo degli anni del liceo, e culleremo i nostri sogni di ragazzi, viziandoli come fossero figli da coccolare e proteggere. E io sarò meno vigliacco, e tu sarai meno fragile. E non avrò bisogno di lettere mai spedite per sentirmi un uomo meno vile ed egoista, un uomo meno solo, un uomo migliore.

Il tuo compagno di liceo,
19 settembre 2009

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